Da quando L’ISIS ha conquistato Mosul il gruppo fa regnare il terrore commettendo esecuzioni, violenze sessuali e tortura contro le minoranze religiose e etniche. © STRINGER/Reuters/Corbis
Da quando L’ISIS ha conquistato Mosul il gruppo fa regnare il terrore commettendo esecuzioni, violenze sessuali e tortura contro le minoranze religiose e etniche. © STRINGER/Reuters/Corbis

Iraq A un anno dall’assalto dell’ISIS la violenza motivata dall’intolleranza religiosa è ancor più letale

L’orrore nel quale è precipitato l’Iraq nell’ultimo anno è apparso in modo chiaro ed inequivocabile sulla mappa-racconto interattiva pubblicata da Amnesty International il 10 giugno 2015. La mappa ...

L’orrore nel quale è precipitato l’Iraq nell’ultimo anno è apparso in modo chiaro ed inequivocabile sulla mappa-racconto interattiva pubblicata da Amnesty International il 10 giugno 2015. La mappa descrive nel dettaglio la difficile situazione vissuta dai civili iracheni, intrappolati dal meccanismo mortale di crimini commessi dal gruppo armato conosciuto come Stato Islamico (ISIS) e dalle brutali azioni di rappresaglia condotte dalle milizie sciite, oramai dominanti, sostenute dallo Stato e dalle forze governative.

Parallelamente a questa mappa-racconto Amnesty International pubblica due documenti di sintesi che raccolgono le informazioni ottenute dall’organizzazione su due massacri avvenuti nel gennaio 2015 con lo scopo, si direbbe, di vendicare i crimini dell’ISIS. A Barwana, un villaggio della provincia di Diyala, 70 uomini sono stati massacrati da miliziani sciiti e da membri delle forze governative, mentre nella regione di Sinjar 21 abitanti arabi sunniti di un villaggio sono stati uccisi dai membri di una milizia Yezida.

“Da quando l’ISIS ha invaso parte del paese, lo scorso anno, l’Iraq è caduto in una spirale di violenza. I crimini odiosi commessi dall’ISIS hanno come conseguenza la moltiplicazione degli attacchi motivati dall’intolleranza religiosa condotti dalle milizie sciite, che si vendicano degli atti dell’ISIS prendendo di mira gli Arabi sunniti,” ha dichiarato Donatella Rovera, consulente per le situazioni di crisi di Amnesty International che ha trascorso gran parte dello scorso anno in Iraq a raccogliere informazioni sui crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani.

“Gli autori di questi atti, membri dell’ISIS e di potenti milizie sciite, sono per la stragrande maggioranza fuori dalla portate della legge. I civili non hanno qualcuno a cui rivolgersi per chiedere protezione e le vittime non hanno la possibilità di ottenere giustizia.”

Da quando, il 10 giugno 2014, l’ISIS ha preso il controllo di Mosul (la seconda citta irachena), il gruppo ha fatto regnare il terrore commettendo un gran numero di esecuzioni sommarie, violenze sessuali, rapimenti e atti di tortura – prendendo di mira musulmani e le minoranze religiose e etniche.

“La mappa-racconto mette in luce la serie di terribili violenze commesse da tutte le forze in campo. Violenze che infiammano le tensioni religiose e per le quali i civili di tutte le comunità hanno pagato un tributo inimmaginabile. Violenze che fanno dell’anno appena trascorso uno dei capitoli più neri della storia irachena,” ha dichiarato Donatella Rovera.

In uno di questi attacchi, a Barwana, decine di donne e giovani donne hanno descritto a Amnesty International come, il 26 gennaio 2015, gli uomini delle loro famiglie e del loro quartiere siano stati prelevati dalle proprie case e uccisi a sangue freddo dalle milizie sciite e dalle forze governative. I loro corpi, molti dei quali ammanettati e incappucciati, sono stati poi ritrovati sparpagliati attraverso il villaggio, fatto che porta a pensare che siano stati vittime di omicidi sommari molto simili a delle esecuzioni.

Le milizie sciite, sostenute e armate dal governo iracheno, hanno condotto degli attacchi simili attraverso il paese, rapendo e uccidendo decine di civili sunniti nella più totale impunità, e in alcuni casi hanno anche sgomberato con la forza intere popolazioni sunnite.

Anche se il Primo Ministro Haider al Abadi si sia impegnato ad avviare un’inchiesta sul massacro di Barwana, sei mesi più tardi nulla indica che siano state prese le necessarie misure per fare giustizia su questo grave episodio.

Un altro attacco rappresaglia, avvenuto nella regione di Sinjar, illustra le conseguenze devastanti della campagna di pulizia etnica portata avanti dall’ISIS contro la minoranza Yezida – i cui membri sono stati vittima di rapimenti di massa lo scorso anno. Centinaia d uomini sono stati uccisi sommariamente mentre le donne e le ragazze sono state violentate e rese schiave sessuali.

In un attacco avvenuto il 25 gennaio 2015 i membri di una milizia Yezida hanno attaccato due villaggi arabi, Jiri e Sibaya, uccidendo 21 residenti, saccheggiando e incendiando delle case. Quasi nessuna casa è stata risparmiata. La metà delle persone uccise erano uomini anziani o disabili, donne e bambini. Quaranta altre persone sono state rapite, 17 mancano tuttora all’appello. Dei residenti hanno affermato che i membri dei peshmerga e degli Asayich, le forze di sicurezza del Governo regionale del Kurdistan, erano presenti al momento dell’attacco ma che non hanno tentato di arrestarli.

“È estremamente preoccupante vedere i membri della comunità Yezida, che ha così sofferto per le azioni dell’ISIS, commettere a loro volta dei crimini così brutali,” ha dichiarato Donatella Rovera. “Questi tentativi sconsiderati di rendere giustizia e di vendicarsi su delle popolazioni intere si concludono in nuove tragedie e nuove sofferenze per i civili.”

Se, per prevenire nuovi attacchi, le autorità del Governo regionale del Kurdistan e i peshmerga hanno tentato di tener separate le comunità Yezida e araba, sembra che nessuna indagine sia stata condotta sugli attacchi contro Jiri e Sibaya.

“I massacri e il caos che hanno caratterizzato l’anno trascorso, da quando l’ISIS ha preso il potere, lasciano trasparire l’immagine di un paese sempre più frammentato e diviso che mai, con fazioni rivali pronte a tutto per distruggersi a vicenda, senza preoccuparsi di fare un distinguo tra combattenti e civili”, ha dichiarato Donatella Rovera.

“Le autorità irachene devono fare tutto il possibile per smorzare le tensioni dovute all’intolleranza religiosa, portando davanti alla giustizia gli autori delle violazioni, senza fare discriminazioni. Le vittime devono sapere che gli autori di crimini di guerra e altre gravi violazioni saranno ritenuti responsabili a titolo individuale, qualsiasi sia la loro religione, appartenenza etnica o la loro posizione sociale. Se non si mette fine all’impunità i civili iracheni rimarranno intrappolati nella morsa delle violenze motivate dall’intolleranza religiosa e saranno popolazioni intere – e non autori individuali – a pagarne le conseguenze.”

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