Marocco Tortura endemica per estorcere “confessioni” e soffocare il dissenso

Le botte, il corpo costretto immobile in posizioni dolorose, l’asfissia, le simulazioni di annegamento come pure la violenza psicologica o sessuale sono alcuni dei metodi di tortura impiegati dalle ...

Le botte, il corpo costretto immobile in posizioni dolorose, l’asfissia, le simulazioni di annegamento come pure la violenza psicologica o sessuale sono alcuni dei metodi di tortura impiegati dalle forze di sicurezza marocchine per estorcere “confessioni”, ridurre i militanti al silenzio e soffocare il dissenso. È quanto scrive Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato il 19 maggio 2015.

Il documento, intitolato Shadow of Impunity: Torture in Morocco and Western Sahara” (L’ombra dell’impunità: La tortura in Marocco e nel Sahara occidentale) rivela un’immagine ben più cupa di quella di apertura presentata dai dirigenti marocchini in reazione alle rivolte che hanno scosso l’area nel 2011, quando promettevano di adottare misure progressiste e una nuova costituzione che vietasse la tortura.

“Le autorità marocchine vogliono dare l’immagine di un paese aperto, rispettoso dei diritti umani. Ma finché su detenuti e dissidenti planerà la minaccia della tortura quest’immagine sarà solo un miraggio”, ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International.

“Le apparenze ingannano: la tortura viene impiegata per soffocare il dissenso e il suo impego vizia le sentenze di alcuni processi. Chi denuncia diseguaglianze o esprime la propria opinione rischia di essere vittima di violenza o di atti di tortura.”

Il rapporto si basa su 173 casi di tortura e altri maltrattamenti inflitti a uomini, donne e minorenni da parte di poliziotti e membri delle forze di sicurezza tra il 2010 e il 2014.

Tra le vittime studenti, militanti politici di sinistra o islamisti, attivisti per l’autodeterminazione del Sahara occidentale come pure persone sospettate di terrorismo o di infrazioni di diritto comune.

Il rapporto mostra come certe persone rischino la tortura dal momento dell’arresto e durante tutto il fermo preventivo. Troppo spesso i tribunali ignorano le denunce e continuano a basare le sentenze su elementi di prova ottenuti sotto tortura. A volte chi osa denunciare e chiedere giustizia è perseguito per “diffamazione” e “falsa denuncia di un’infrazione”. L’impunità perdura nonostante la promessa delle autorità di rispettare i diritti umani.

Torturati in detenzione – costretti a “confessare”

Il testo documenta tecniche di tortura brutali usate dalle forze di sicurezza sui detenuti quali costringere il corpo immobile in posizioni dolorose, in particolare quella detta del “pollo arrosto”, in cui la persona è appesa a una sbarra metallica con i polsi e le ginocchia.

Mohamed Ali Saidi, 27 anni, è uno dei Sahraui che affermano di essere stati torturati dai poliziotti durante la detenzione dopo l’arresto a margine delle manifestazioni tenutesi a Laâyoune, Sahara occidentale, nel maggio 2013. Ha detto a Amnesty International:

“Hanno minacciato di violentarmi con una bottiglia – mi hanno messo la bottiglia davanti agli occhi. Era una bottiglia di Pom’s (bibita analcolica molto popolare in Marocco), in vetro […]. Mi hanno frustato la pianta dei piedi con delle corde mentre ero appeso nella posizione del pollo arrosto, poi hanno anche immerso i nostri piedi in acqua ghiacciata […]. Mentre ero appeso mi hanno messo uno straccio in bocca e mi hanno versato dell’acqua nel naso per farmi soffocare. Poi hanno versato dell’urina. Poi mi hanno […] spogliato, lasciandomi in biancheria intima, e mi hanno frustato le cosce con delle cinture.”

Manifestanti e passanti brutalizzati

Il rapporto afferma che le forze di sicurezza dimostrano un sentimento di impunità vergognoso, picchiando i manifestanti in pubblico per lanciare un avvertimento a tutta la popolazione. Il documento passa in rassegna decine di casi di violenza da parte della polizia contro dei manifestanti e dei passanti, in pieno giorno e a bordo di veicoli.

Abderrazak Jkaou, studente manifestante, ha affermato che, alla vigilia di una manifestazione, nel campus a Kenitra i poliziotti lo hanno picchiato finché ha perso conoscenza.

Tra le persone arrestate e torturate figurano militanti conosciuti ma anche semplici passanti. Khadija, il cui nome è stato cambiato per motivi di sicurezza, ha raccontato che dei poliziotti l’hanno aggredita mentre camminava nelle vicinanze di un’azione di protesa in un campus a Fez, nel 2014. 

“Dei poliziotti antisommossa sono arrivati dietro di me, facendomi inciampare. Sono caduta: hanno strappato il mio foulard e mi hanno picchiata. Poi mi hanno trascinata per le gambe, con il viso per terra, fino al loro furgoncino. All’interno una decina d’altri aspettavano. È stato lì che mi hanno picchiata più forte.”

Un sistema che protegge i torturatori, non le vittime

Il rapporto evoca una nuova pratica allarmante : il fatto di invocare la legislazione sulle “false denunce” o la “diffamazione” per perseguire le presunte vittime di tortura che si denunciano quanto hanno subito. Basandosi su queste leggi le autorità marocchine hanno avviato procedure contro otto persone che hanno denunciato episodi di tortura negli ultimi 12 mesi.

Secondo la legge marocchina la ”falsa denuncia” può venir punita con una pena fino a un anno di carcere e una multa di circa 440 euro, e la ”diffamazione” con un massimo di cinque anni di detenzione. Inoltre i tribunali possono ordinare agli accusati di versare importanti somme a titolo di indennizzo sia per “falsa denuncia” che per “diffamazione”.

“Il Marocco è a un bivio : può optare per un sistema di giustizia sufficientemente solido, e occuparsi così degli autori di violazioni dei diritti umani, oppure scegliere una giustizia che protegga questi ultimi. Il governo parla di riforme, ma le autorità sembrano più interessate all’applicazione delle leggi contro la diffamazione che a quelle contro la tortura. Perché vi sia un vero cambiamento sono i torturatori che devono essere tradotti davanti alla giustizia, non le vittime di tortura. Coloro che denunciano questi atti devono essere protetti, non perseguiti,” ha dichiarato Salil Shetty.

Reazioni del governo

Dopo che Amnesty International ha presentato al governo marocchino una valutazione preliminare dei risultati delle sue ricerche il governo l’ha categoricamente respinta in una lunga risposta. In particolare ha messo in evidenza gli sforzi delle autorità per lottare contro la tortura attraverso delle riforme giuridiche previste. Non ha però affrontato le questioni essenziali sollevate dall’organizzazione in relazione a denunce di tortura specifiche, come ad esempio una totale assenza di indagini degne di questo nome.

“Il governo afferma che la tortura è storia del passato. Se è pur vero che delle misure sono state messe in atto, anche un solo caso di tortura è un grave fallimento. Noi abbiamo recensito 173 casi in Marocco e nel Sahara occidentale, che riguardano persone dai percorsi più disparati,” ha dichiarato Salil Shetty. “Il diritto marocchino vieta la tortura ma per far sì che questo abbia un vero significato nella pratica, le autorità devono condurre delle indagini adeguate sulle denunce di tortura invece di respingerle immediatamente.”

Informazioni complementari

Questo rapporto si inserisce nella campagna internazionale Stop Tortura di Amnesty International, lanciata nel maggio 2015 per lottare contro la crisi mondiale legata alla tortura. Prima di questo rapporto sono stati pubblicati documenti che riguardano il Messico, la Nigeria, le Filippine e l’Uzbekistan.

Il rapporto annuale 2014 sulla situazione dei diritti umani in 160 paesi riferisce del ricorso alla tortura e altri maltrattamenti nel 82% dei paesi esaminati (131 su 160).

Oggi più che mai, proteggiamo i diritti umani

Sostengo con una donazione Oggi più che mai, proteggiamo i diritti umani