Corte europea dei diritti dell'Uomo, Strasburgo © Amnesty International
Corte europea dei diritti dell'Uomo, Strasburgo © Amnesty International

Svizzera Tunisia Nessuna giustizia per una vittima di torture: la sentenza della CEDU è un’occasione mancata

Comunicato stampa - 15 marzo 2018
Una sentenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo (CEDU che impedisce a una vittima di tortura di chiedere giustizia in Stati stranieri rappresenta un arretramento importante che di fatto sfocia nell'impunità e potrebbe negare giustizia a migliaia di sopravvissuti, ha dichiarato oggi Amnesty International.

Pur riconoscendo l'ampio consenso all'interno della comunità internazionale sul fatto che le vittime della tortura hanno il diritto di ottenere un risarcimento adeguato ed efficace, la Grande Camera della Corte ha statuito oggi che i tribunali civili svizzeri non hanno violato i diritti di Abdennacer Naït-Liman, presunta vittima di torture da parte delle forze di sicurezza tunisine nel 1992, rifiutandosi di esaminare la sua richiesta di risarcimento danni. 

Il verdetto conferma una precedente sentenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo (CEDU), che si era pronunciata su questo caso nel 2016.

“La decisione della Grande Camera è un'occasione persa per garantire giustizia per le vittime di tortura cui è stata negata nei loro paesi d'origine", ha dichiarato Tawanda Mutasah, direttore generale del programma Diritto e politica di Amnesty International.

L'impunità per i crimini di tortura ampiamente diffusa in Tunisia, dove la stragrande maggioranza delle accuse credibili di tortura e di altri maltrattamenti attribuiti alle forze di sicurezza non sono state perseguite. Nei pochi casi in cui tali procedimenti penali si sono svolti e hanno dato luogo a condanne, le pene inflitte sono raramente state commisurate alla gravità dei reati commessi.

“Questo caso esemplare sarebbe stato fondamentale per stabilire che alcuni Stati hanno l'obbligo giuridico di consentire alle vittime di tortura di chiedere giustizia, anche al di fuori del paese in cui hanno subito gli abusi. Il verdetto però le priva di qualsiasi interlocutore."

Abdennacer Naït-Liman, cittadino tunisino che ha acquisito la cittadinanza svizzera nel 2007, sarebbe stato arrestato e torturato arbitrariamente da agenti di sicurezza tunisini per sei settimane nel 1992, sotto il regime dell'ex presidente Zine El Abidine Ben Ali. Nel 1995 gli è stato concesso l'asilo in Svizzera.

Nel 2001, uno dei presunti autori - l'ex ministro degli Interni tunisino - si è recato in Svizzera per ricevere cure mediche e il sig. Naït-Liman ha presentato una denuncia penale contro di lui e una richiesta di risarcimento danni. Tuttavia, il responsabile aveva lasciato la Svizzera prima che le autorità lo fermassero. 

In seguito Naït-Liman ha intentato una richiesta di risarcimento civile presso i tribunali svizzeri - contro la Tunisia e il presunto torturatore - per i danni causati dalla sua presunta tortura.

Quando i giudici svizzeri si sono rifiutati di esaminare la domanda del sig. Naït-Liman affermando di non avere la giurisdizione per valutare un caso avvenuto all’estero. Naït-Liman si è allora rivolto alla Corte europea dei diritti dell'Uomo. Citando il divieto assoluto di tortura in base al diritto internazionale, ha affermato che il suo diritto di accedere alla giustizia attraverso i tribunali svizzeri era stato violato.

Nel giugno 2016 la Corte europea dei diritti dell'Uomo aveva stabilito che i tribunali svizzeri non avevano violato il diritto di accesso alla giustizia di Naït-Liman.  Tuttavia, fatto raro, la Grande Camera della Corte ha in seguito accettato di esaminare il caso, fatto indicativo importanza della posta in gioco. 

“Anziché fare un passo positivo verso la lotta contro l'impunità nei casi di tortura, questa sentenza permette che questa pratica prenda ancor più forza", ha dichiarato Tawanda Mutasah. 

“Impedendo alle vittime di tortura di chiedere giustizia in un paese europeo ospitante, il verdetto ignora sostanzialmente l'obbligo, previsto dal diritto internazionale dei diritti umani, di fornire loro risarcimenti".

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