© Amnesty International
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Turchia Quasi 130’000 funzionari pubblici epurati ancora in attesa di giustizia

Comunicato stampa - 25 ottobre 2018
Oltre due anni dopo essere stati licenziati arbitrariamente, quasi 130’000 funzionari turchi rimangono in attesa di giustizia e affrontano un futuro incerto. Lo afferma Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato il 25 ottobre 2018.

Il documento, Purged beyond return? No remedy for Turkey’s dismissed public sector workers rivela che medici, funzionari di polizia, insegnanti, accademici e decine di migliaia di altri funzionari licenziati per presunti "legami con gruppi terroristici" dovrebbero essere reintegrati o risarciti, mentre la Commissione istituita per riesaminare le decisioni di licenziamento è purtroppo inadatta allo scopo. 

"Definite 'terroristi' e private dei loro mezzi di sussistenza, decine di migliaia di persone che si sono viste sconvolgere la vita professionale e familiare, sono ancora in attesa di giustizia", ha dichiarato Andrew Gardner, responsabile della strategia e della ricerca di Amnesty International per la Turchia. "Nonostante la natura chiaramente arbitraria di questi licenziamenti, la Commissione incaricata di riesaminarli non rispetta gli standard internazionali e di fatto si limita a confermare automaticamente decisioni irregolari. Tutto questo è un vergognoso affronto alla giustizia". 

Durante lo stato di emergenza, dichiarato in Turchia dopo il tentativo di colpo di Stato del luglio 2016, quasi 130’000 funzionari sono stati licenziati arbitrariamente tramite decreti esecutivi. 

La Commissione si è avvalsa di attività innocue - e all'epoca del tutto legali - per giustificare retroattivamente i licenziamenti e le decisioni di bandire definitivamente queste persone dal settore pubblico o persino dalle loro professioni. Azioni banali come il deposito di denaro in una determinata banca, l'adesione a un certo sindacato o il download di una particolare applicazione per smartphone, sono state utilizzate come prova di "legami" con gruppi "terroristici" vietati, senza ulteriori prove di questi legami o di atti illeciti. 

Nel gennaio 2017, in seguito alle crescenti pressioni politiche, il governo turco ha istituito una commissione d'inchiesta sullo stato d'emergenza, la Commissione, per riesaminare i licenziamenti tramite decreto. Su circa 125’000 richieste presentate da persone licenziate, al 5 ottobre 2018 la Commissione si era espressa solo in 36’000 casi. Le decisioni originarie sono state annullate in meno del 7% (2’300) dei casi.  

Il rapporto di Amnesty International, per il quale l’organizzazione ha esaminato le procedure della Commissione e 109 delle sue decisioni, intervistando 21 persone licenziate e le loro famiglie, mostra che la Commissione non si prefigge di offrire una via di ricorso efficace. Il suo lavoro è profondamente viziato dalla mancanza d’ indipendenza istituzionale, dai lunghi tempi di attesa, dall'assenza di garanzie che consentano alle persone di confutare efficacemente le accuse e dalla debolezza delle prove citate nelle decisioni di conferma dei licenziamenti.  

Un insegnante, il cui ricorso contro il suo licenziamento motivato con il fatto di aver depositato denaro nella banca Asya - allora controllata dal governo - è stato respinto dalla Commissione, ha detto ad Amnesty International: "Ci hanno licenziati senza motivo e ora stanno cercando di trovare scuse per i nostri licenziamenti". 

Tra le decisioni analizzate da Amnesty International, i ricorrenti hanno dovuto aspettare una decisione della Commissione, nel migliore dei casi, per più di sette mesi dopo il licenziamento, e nel peggiore, 21 mesi. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei richiedenti rimane in attesa di una risposta, spesso da oltre due anni.  

Coloro che presentano una domanda alla Commissione si trovano di fronte a una situazione kafkiana. Quando sono stati licenziati i funzionari pubblici non hanno ricevuto una spiegazione oltre a una giustificazione generica secondo la quale si riteneva avessero dei "legami con organizzazioni terroristiche".  

Senza conoscere le accuse specifiche contro di loro, o le prove a loro carico, le persone che presentano ricorso devono speculare sulle ragioni dell’annullamento dei loro contratti, il che rende difficile confutare le accuse e presentare ricorsi efficaci. 

La moglie di un funzionario licenziato ha detto ad Amnesty International: "I motivi del licenziamento non sono stati comunicati e quindi non abbiamo la minima possibilità di presentare un ricorso serio. Abbiamo presentato ricorso senza sapere esattamente contro cosa ci appellavamo".   

Inoltre alcune decisioni della Commissione mancavano di informazioni sufficienti sulle prove dei legami del ricorrente con gruppi proibiti, il che ha reso estremamente difficile per i funzionari il cui ricorso era stato respinto contestare la decisione di fronte a un tribunale amministrativo. 

I funzionari pubblici che hanno avuto la fortuna di essere reintegrati, si trovano spesso in una posizione materialmente peggiore di prima del loro licenziamento ingiustificato.  

Un funzionario reintegrato ha detto ad Amnesty International: "Siamo stati privati del nostro diritto di chiedere un risarcimento davanti ai tribunali. Abbiamo attraversato molte difficoltà mentre io ero senza lavoro. Mia moglie è ancora in terapia a causa del trauma psicologico subito". 

Nonostante le evidenti violazioni del diritto internazionale, il governo persiste con la sua strategia estremamente dannosa. Lo stato di emergenza in Turchia è stato revocato nel luglio 2018, ma lo stesso mese è stata approvata una nuova legge che - per altri tre anni - consente il licenziamento sommario dei funzionari sospettati di avere legami con organizzazioni "terroristiche" o altri gruppi che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale.

Un accademico, licenziato dopo aver firmato una petizione, ha detto ad Amnesty International: "In Turchia, il sistema giudiziario è in balia dei politici. Cambia a seconda del clima politico".

"Oltre due anni dopo i primi licenziamenti, decine di migliaia funzionari pubblici vivono in un limbo, senza poter accedere a una via di ricorso efficace. Invece che fornire un meccanismo che permetta di ottenere giustizia, la Commissione si è limitata a rigirare il coltello nella piaga", ha detto Andrew Gardner.  "Laddove vi sia un ragionevole sospetto di irregolarità - di un errore professionale o di un reato - le persone toccate dovrebbero essere licenziate attraverso regolari procedure disciplinari. Le autorità dovrebbero però reintegrare tutti i funzionari licenziati senza preavviso tramite decreto, e risarcire loro i danni, compresa la perdita di guadagno e il devastante impatto psicologico che questi licenziamenti hanno avuto sulla loro vita". 

Informazioni complementari

La Turchia è parte della Convenzione 158 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che protegge dai licenziamenti arbitrari senza procedura regolare. Tra le altre protezioni, la Convenzione vieta il licenziamento dei lavoratori per motivi diversi da quelli legittimi connessi alla capacità del lavoratore e alla sua condotta, e “prima che sia loro offerta la possibilità di difendersi dalle accuse mosse nei loro confronti.”   

Le procedure relative a questi licenziamenti, e in particolare in assenza di una procedura di ricorso equa ed efficace, minacciano il diritto a un processo equo nei procedimenti civili garantito dall'art. 6, n. 1, della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e dagli articoli 14 e 15 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. 

L'incapacità della Turchia di fornire a coloro i cui diritti sono stati violati una giusta riparazione rappresenta inoltre una violazione del diritto a un ricorso utile, previsto dall’articolo 2-3 del Patto internazionale relative ai Diritti civili e politici e dell’articolo 13 della CEDU.   

 

 

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