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Pena di morte 2019 In Arabia Saudita record di esecuzioni, ma si registra un calo a livello mondiale

Comunicato stampa, 21 aprile 2020, Londra/Lugano – Contatto media
Nel 2019 in Arabia Saudita si è registrato un numero record di esecuzioni, nonostante le cifre in calo a livello mondiale. Lo afferma Amnesty International nel proprio rapporto sulla pena di morte nel mondo, pubblicato oggi. In Arabia Saudita il boia è intervenuto 184 volte, la cifra più alta mai registrato da Amnesty nel paese durante un solo anno.
  • Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen in controtendenza registrano un aumento delle esecuzioni
  • A livello globale calo del 5% delle esecuzioni, la cifra più bassa degli ultimi 10 anni

Nel 2019 in Arabia Saudita si è registrato un numero record di esecuzioni, nonostante le cifre in calo a livello mondiale. Lo afferma Amnesty International nel proprio rapporto sulla pena di morte nel mondo, pubblicato oggi. In Arabia Saudita il boia è intervenuto 184 volte, la cifra più alta mai registrato da Amnesty nel paese durante un solo anno.

Nel frattempo, il numero di esecuzioni è raddoppiato in Iraq, mentre l’Iran ha conservato la propria posizione di secondo maggior carnefice dopo la Cina, dove il numero preciso di persone messe a morte rimane un segreto di Stato. Questi Stati resistono a una tendenza globale che ha visto il numero complessivo di esecuzioni a livello mondiale calare per il quarto anno consecutivo a almeno 657 nel 2019 contro almeno 690 nel 2018 – la cifra più bassa degli ultimi dieci anni.

“La pena capitale è una sanzione aberrante e disumana. Non ci sono prove concrete che abbia un effetto deterrente maggiore rispetto alle pene detentive. La grande maggioranza dei paesi riconosce questo fatto ed è incoraggiante assistere alla diminuzione del numero di esecuzioni a livello mondiale,” ha dichiarato Clare Algar, Direttrice Senior del dipartimento Ricerca, Advocacy e Policy di Amnesty International.

“Nonostante questa tendenza verso l’abolizione, un piccolo numero di paesi va controtendenza, ricorrendo più spesso alle esecuzioni. Il maggior ricorso alla pena capitale da parte dell’Arabia Saudita, incluso come un’arma contro la dissidenza politica, è uno sviluppo importante. Come scioccante è l’impennata delle esecuzioni in Iraq, dove il totale è quasi raddoppiato in un solo anno.”

Nel 2019 i paesi in cui si è registrato il maggior numero di esecuzioni sono stati: la Cina (migliaia), Iran (almeno 251), Arabia Saudita (184), Iraq (almeno 100) ed Egitto (almeno 32).

Le cifre di Amnesty non includono la Cina, paese in cui il numero di esecuzioni, stimato in migliaia, rimane segreto di Stato. Altri paesi tra i maggiori esecutori - inclusi Iran, Corea del Nord e Vietnam - continuano a nascondere le cifre effettive del proprio ricorso alla pena capitale, limitando l’accesso alle informazioni che la riguardano.

Aumento delle esecuzioni in un piccolo numero di paesi

Solo venti paesi sono responsabili di tutte le esecuzioni conosciute nel mondo. Tra questi, Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen hanno messo a morte un numero significativamente maggiore di persone nel 2019 rispetto al 2018.

L’Arabia Saudita ha messo a morte 184 persone – sei donne e 178 uomini – nel 2019. Tra queste poco più della metà erano cittadini stranieri. Nel 2018 si sono registrate 149 esecuzioni.

La maggior parte delle esecuzioni erano per crimini legati agli stupefacenti e omicidio. Amnesty International ha però documentato un maggiore ricorso alla pena di morte come arma politica contro i dissidenti appartenenti alla minoranza musulmana sciita.

Il 23 aprile 2019, si è tenuta un’esecuzione di massa di 37 persone, di cui 32 uomini sciiti condannati per “terrorismo” dopo processi basati su “confessioni” ottenute sotto tortura.

Una delle persone messe a morte il 23 aprile era Hussein al-Mossalem, che mentre era detenuto in isolamento aveva subito ferite multiple incluso il naso rotto, una frattura alla clavicola e a una gamba, ed è stato anche picchiato con manganelli elettrici oltre ad aver subito altre forme di tortura.

Mossalem era stato condotto davanti alla Corte Penale Specializzata saudita, creata nel 2008 per processare individui accusati di crimini legati al terrorismo ma sempre più strumento per mettere a tacere il dissenso.

In Iraq il numero di persone messe a morte è quasi raddoppiato da almeno 52 nel 2018 a almeno 100 nel 2019, essenzialmente a causa del continuo uso della pena capitale contro persone accusate di appartenere al gruppo armato auto proclamato “Stato Islamico”.

In Sud Sudan si sono registrate almeno 11 esecuzioni nel 2019: il numero più alto registrato dall’indipendenza del paese, nel 2011. Lo Yemen ha messo a morte almeno sette persone nel 2019, contro almeno 4 nel 2018. In Bahrein dopo un anno di interruzione sono riprese le esecuzioni: tre le esecuzioni avvenute durante l’anno.

Mancanza di trasparenza sul ricorso alla pena di morte

Molti paesi non hanno pubblicato o fornito dati ufficiali sull’applicazione della pena capitale, fatto che  evidenzia la mancanza di trasparenza che circonda la pratica di molti governi.

L’Iran è secondo solo alla Cina nell’applicazione della pena capitale. Il paese ha messo a morte almeno 251 persone nel 2019, contro almeno 253 nel 2018. Quattro persone messe a morte avevano meno di 18 anni al momento del crimine. La mancanza di trasparenza rende però difficile confermare il totale effettivo delle esecuzioni – che potrebbe essere ben più elevato.

In un caso le autorità iraniane hanno segretamente messo a morte due ragazzi, Mehdi Sohrabifar e Amin Sedaghat, nella prigione di Adelabad a Shiraz (provincia di Fars), il 25 aprile 2019. Entrambi sono stati arrestati all’età di 15 anni e condannati per stupro al termine di un processo iniquo. Non solo non sapevano di essere stati condannati a morte prima dell’esecuzioni, ma i loro corpi portavano segni di flagellazione, elemento che indica che sono stati frustati prima della morte.

“Anche i paesi che sono i più forti sostenitori della pena di morte faticano a giustificarne l’impiego, e scelgono la segretezza. Molti paesi fanno infatti tutto il possibile per nascondere come applicano la pena capitale, sapendo che dovranno confrontarsi con la comunità internazionale,” ha dichiarato Clare Algar.

“Le esecuzioni avvengono in segreto in tutto il mondo. Dalla Bielorussia al Botswana, dall’Iran al Giappone: le esecuzioni avvengono senza dare un preavviso alle famiglie, agli avvocati e a volte perfino ai condannati stessi.”

Abolizione globale possibile

Per la prima volta dal 2011 c’è stato un importante calo nel numero dei paesi che ricorrono al boia nella regione Asia Pacifico, con sette esecuzioni nel corso dell’anno. Giappone e Singapore hanno fortemente ridotto il numero di persone messe a morte, da 15 a 3 e da 13 a 4 rispettivamente.

Per la prima volta dal 2010 non si sono registrate esecuzioni in Afghanistan. Un anno senza interventi del boia anche a Taiwan e in Thailandia, dove si erano registrate esecuzioni nel 2018. Kazakistan, Federazione Russa, Tagikistan, Malesia e Gambia hanno rispettato le moratorie ufficiali sulle esecuzioni in vigore.

A livello mondiale, 106 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge per tutti i crimini e 142 paesi hanno abolito la pena di morte nel diritto o nella pratica.

Inoltre numerosi paesi hanno messo in atto passi positivi verso la fine dell’applicazione della pena capitale.

Per esempio, il Presidente della Guinea Equatoriale ha annunciato in aprile che il suo governo avrebbe introdotto una legislazione per abolire la pena di morte. Sviluppi positivi, che potrebbero portare all’abolizione della pena capitale, si sono registrati anche nella Repubblica Centrafricana, in Kenya, Gambia e Zimbabwe.

Le Barbados hanno rimosso la pena capitale dalla propria Costituzione, mentre negli Stati Uniti, il governatore della California - lo Stato USA che ha la popolazione del braccio della morte più importante - ha stabilito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni e il New Hampshire è diventato il 21esimo Stato ad abolire la pena capitale per tutti i crimini.

Ciononostante, i tentativi di reintrodurre la pena di morte nelle Filippine per "crimini efferati legati alle droghe illegali e al saccheggio" e gli sforzi profusi in Sri Lanka per riprendere le esecuzioni per la prima volta in oltre 40 anni hanno ostacolato i progressi verso l'abolizione della pena di morte a livello globale. Il governo federale statunitense ha anche minacciato di riprendere le esecuzioni dopo quasi due decenni di pausa.

“Dobbiamo mantenere lo slancio verso l’abolizione della pena capitale a livello globale,” ha dichiarato Clare Algar. “Ci appelliamo a tutti gli Stati affinché aboliscano la pena di morte. Deve essere messa in atto una pressione internazionale affinché gli ultimi boia rimanenti mettano fine a questa pratica disumana una volta per tutte.”

 

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